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Archive for maggio 2008

Qualche giorno fa ho per errore cancellato un commento a questo post:

“Cioè sei spaventata da uno stage? ma quanti anni hai???”

Questo mi ha parecchio irritato, soprattutto perché non aveva firma e come unico contatto un indirizzo e-mail fasullo. Dal momento che ti sei permessa, fantomatica Cinzia, un commento di questo genere (“ma quanti anni hai???”) mi sarei aspettata da te almeno la maturità (leggi coerenza) di poterti rispondere personalmente. Inoltre l’arroganza con cui è stato espresso mi ha un po’ spiazzato, anche perché non potevi avere idea di che cosa fosse quello di cui avevo paura. In ogni caso, sì, sono spaventata dall’idea di andare a lavorare tre mesi in Albania lontano dal mio ragazzo, dalla mia famiglia e dai miei amici ed in un contesto che non conosco.

Sicuramente sono infantile, fifona ed esageratamente sensibile, ma se l’alternativa è il tuo cinismo mi tengo i miei difetti.

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Io chiedo scusa

Commento di Don Luigi Ciotti alla foto pubblicata sullo sgombero dei rom di Ponticelli

Cara signora,
ho visto questa mattina, sulle prime pagine di molti quotidiani, una foto che La ritrae. Accovacciata su un furgoncino aperto, scassato, uno scialle attorno alla testa. Dietro di Lei si intravedono due bambine, una più grande, con gli occhi sbarrati, spaventati, e l’altra, piccola, che ha invece gli occhi chiusi: immagino le sue due figlie. Accanto a Lei la figura di un uomo, di spalle: suo marito, presumo. Nel suo volto, signora, si legge un’espressione di imbarazzo misto a rassegnazione. Vi stanno portando via da Ponticelli, zona orientale di Napoli, dove il campo in cui abitavate è stato incendiato. Sul retro di quel furgoncino male in arnese – reti da materasso a fare da sponda – una scritta: “ferrovecchi”.
Luigi Ciotti,
presidente del Gruppo Abele e di “Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie”

Le scrivo, cara signora, per chiederLe scusa. Conosco il suo popolo, le sue storie. Proprio di recente, nei dintorni di Torino, ho incontrato una vostra comunità: quanta sofferenza, ma anche quanta umanità e dignità in quei volti.

Nel nostro paese si parla tanto, da anni ormai, di sicurezza. E’ un’esigenza sacrosanta, la sicurezza. Il bisogno di sicurezza ce lo abbiamo tutti, è trasversale, appartiene a ogni essere umano, a ogni comunità, a ogni popolo. E’ il bisogno di sentirci rispettati, protetti, amati. Il bisogno di vivere in pace, di incontrare disponibilità e collaborazione nel nostro prossimo. Per tutelare questo bisogno ogni comunità, anche la vostra, ha deciso di dotarsi di una serie di regole. Ha stabilito dei patti di convivenza, deciso quello che era lecito fare e quello che non era lecito, perché danneggiava questo bene comune nel quale ognuno poteva riconoscersi. Chi trasgrediva la regola veniva punito, a volte con la perdita della libertà. Ma anche quella punizione, la peggiore per un uomo – essendo la libertà il bene più prezioso, e voi da popolo nomade lo sapete bene – doveva servire per reintegrare nella comunità, per riaccogliere. Il segno della civiltà è anche quello di una giustizia che punisce il trasgressore non per vendicarsi ma per accompagnarlo, attraverso la pena, a un cambiamento, a una crescita, a una presa di coscienza.

Da molto tempo questa concezione della sicurezza sta franando. Sta franando di fronte alle paure della gente. Paure provocate dall’insicurezza economica – che riguarda un numero sempre maggiore di persone – e dalla presenza nelle nostre città di volti e storie che l’insicurezza economica la vivono già tragicamente come povertà e sradicamento, e che hanno dovuto lasciare i loro paesi proprio nella speranza di una vita migliore.

Cercherò, cara signora, di spiegarmi con un’immagine. E’ come se ci sentissimo tutti su una nave in balia delle onde, e sapendo che il numero delle scialuppe è limitato, il rischio di affondare ci fa percepire il nostro prossimo come un concorrente, uno che potrebbe salvarsi al nostro posto. La reazione è allora di scacciare dalla nave quelli considerati “di troppo”, e pazienza se sono quasi sempre i più vulnerabili. La logica del capro espiatorio – alimentata anche da un uso irresponsabile di parole e immagini, da un’informazione a volte pronta a fomentare odi e paure – funziona così. Ci si accanisce su chi sta sotto di noi, su chi è più indifeso, senza capire che questa è una logica suicida che potrebbe trasformare noi stessi un giorno in vittime.

Vivo con grande preoccupazione questo stato di cose. La storia ci ha insegnato che dalla legittima persecuzione del reato si può facilmente passare, se viene meno la giustizia e la razionalità, alla criminalizzazione del popolo, della condizione esistenziale, dell’idea: ebrei, omosessuali, nomadi, dissidenti politici l’hanno provato sulla loro pelle.

Lo ripeto, non si tratta di “giustificare” il crimine, ma di avere il coraggio di riconoscere che chi vive ai margini, senza opportunità, è più incline a commettere reati rispetto a chi invece è integrato. E di non dimenticare quelle forme molto diffuse d’illegalità che non suscitano uguale allarme sociale perché “depenalizzate” nelle coscienze di chi le pratica, frutto di un individualismo insofferente ormai a regole e limiti di sorta. Infine di fare attenzione a tutti gli interessi in gioco: la lotta al crimine, quando scivola nella demagogia e nella semplificazione, in certi territori può trovare sostenitori perfino in esponenti della criminalità organizzata, che distolgono così l’attenzione delle forze dell’ordine e continuano più indisturbati nei loro affari.

Vorrei però anche darLe un segno di speranza. Mi creda, sono tante le persone che ogni giorno, nel “sociale”, nella politica, nella amministrazione delle città, si sporcano le mani. Tanti i gruppi e le associazioni che con fatica e determinazione cercano di dimostrare che un’altra sicurezza è possibile. Che dove si costruisce accoglienza, dove le persone si sentono riconosciute, per ciò stesso vogliono assumersi doveri e responsabilità, vogliono partecipare da cittadini alla vita comune.

La legalità, che è necessaria, deve fondarsi sulla prossimità e sulla giustizia sociale. Chiedere agli altri di rispettare una legge senza averli messi prima in condizione di diventare cittadini, è prendere in giro gli altri e noi stessi. E il ventilato proposito di istituire un “reato d’immigrazione clandestina” nasce proprio da questo mix di cinismo e ipocrisia: invece di limitare la clandestinità la aumenterà, aumentando di conseguenza sofferenza, tendenza a delinquere, paure.

Un’ultima cosa vorrei dirLe, cara signora. Mi auguro che questa foto che La ritrae insieme ai Suoi cari possa scuotere almeno un po’ le nostre coscienze. Servire a guardarci dentro e chiederci se davvero questa è la direzione in cui vogliamo andare. Stimolare quei sentimenti di attenzione, sollecitudine, immedesimazione, che molti italiani, mi creda – anche per essere stati figli e nipoti di migranti – continuano a nutrire.

La abbraccio, dovunque Lei sia in questo momento, con Suo marito e le Sue bambine. E mi permetto di dirLe che lo faccio anche a nome dei tanti che credono e s’impegnano per un mondo più giusto e più umano.

 Luigi Ciotti,
presidente del Gruppo Abele e di “Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie”

Ho voluto pubblicare questa lettera aperta di quel grandissimo uomo che è don Ciotti, perché rispecchia completamente il mio pensiero (e lo esprime molto meglio, sicuramente). I fatti di Ponticelli, ma anche gli sgomberi forzati che nella mia Milano continuano costantemente ad essere eseguiti ignorando qualsiasi diritto, mi hanno molto toccato. E deluso. Pensavo di vivere in un paese civile, ma forse non è così. Non mi rispecchio più in quello che l’Italia sta diventando: un paese in cui rieccheggiano in ogni dove solo due parole, paura e insicurezza. Vorrei andare in giro con un megafono in ogni angolo di questo Paese e urlare a pieni polmoni: “Scusateci tanto!”

Scusateci se pensiamo che in Europa ci siano cittadini di serie A e di serie B; scusateci se vi neghiamo il diritto ad avere una casa solo perché è vicino alla nostra; scusateci se sfruttiamo il vostro bisogno di avere un documento per risanare il bilancio delle Poste Italiane, ma ci mettiamo un anno per farvi avere quella carta che per voi è la vita; scusateci se vi guardiamo sempre dall’alto in basso come se a non sapessimo che cosa significa essere chiamati stranieri; scusateci se vi riteniamo responsabili delle nostre povertà.

Scusateci tanto.

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Ma come ho fatto a vivere fino ad oggi senza una dose consistente di Pearl Jam?!

“Wishlist”

I wish I was a neutron bomb, for once I could go off
I wish I was a sacrifice but somehow still lived on
I wish I was a sentimental ornament you hung on
The Christmas tree, I wish I was the star that went on top
I wish I was the evidence, I wish I was the grounds
For 50 million hands upraised and open toward the sky

I wish I was a sailor with someone who waited for me
I wish I was as fortunate, as fortunate as me
I wish I was a messenger and all the news was good
I wish I was the full moon shining off a Camaro’s hood

I wish I was an alien at home behind the sun
I wish I was the souvenir you kept your house key on
I wish I was the pedal brake that you depended on
I wish I was the verb ‘to trust’ and never let you down

I wish I was a radio song, the one that you turned up
I wish…
I wish…

 

 

 

 

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Lettera aperta al mio cervello

Credo che al mio cervello non piaccia la dimora che gli è stata assegnata, ovvero la mia testa. Credo che voglia scappare, un bisogno di avventura probabilmente. Infatti è da quando mi sono svegliata che bussa insistentemente alla mia tempia sinistra, spingendo con forza,  probablmente nel tentativo di sfondarmi il cranio. Ma caro, adorato cervellino mio, non puoi uscire da  lì! Io e te siamo legati a doppio filo:esisto io se e sisti anche tu e viceversa. Per cui, fammi un gran favore, smettila di spingere e ribellarti, perché se questo mal di testa non mi passa al più presto potrei impazzire…

Grazie di cuore, cordialmente

Paola Pogliani

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30 anni…e ora?

Oggi è una giornata particolare. Trent’anni dalla morte di Aldo Moro e Peppino Impastato. Il destino ha unito due persone diverse…ma forse non così tanto. Due attori scomodi, che non voglio restare a guardare, entrambi eliminati dai giochi di potere.

All’epoca dei “Cento passi” mi aveva colpito parecchio la storia di Peppino Impastato. Non era praticamente nessuno. Nessuna ricchezza, poco lavoro, nemmeno il rispetto gli era stato concesso. Aveva la sua radio  e i suoi fedeli amici. Aveva la sua radio…

Aveva la sua voce, i pensieri, la caparbietà. Questo l’ha ucciso. Ed oggi solo qualcuno si ricorda di lui. Ed oggi forse non siamo riusciti a cambiare un granché. Ed oggi gli esecutori materiali del suo martirio sono sono stati condannati. Ed oggi c’è ancora qualcuno che si fregia orgoglioso del marchio BR.

…meditiamo amici, meditiamo.

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Gomorra_Roberto Saviano

Bisogna leggere questo libro perché è proprio quello che la camorra non vuole… Non diamo loro la possibilità di screditare le intenzioni e l’operato di Saviano.

Trovo che la forza di questo libro (oltre, naturalmente al grandissimo lavoro di documentazione che Saviano ha portato a termine) sia il fatto che qui il reportage diventa racconto. Non si tratta un’accozzaglia di dati e informazioni. è vita. Ed è proprio questo, suo stile partecipato, che rende il libro ancora più toccante e…reale.

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Caramel

Film molto bello. Tocca, con grande sensibilità, temi attuali, soprattutto dei moderni cambiamenti di alcuni paesi di cultura tradizionale. C’è la giovane “diversa” che si deve nascondere…ma non troppo. I rapporti prima del matrimoio che sono un’onta da cancellare a qualsiasi costo. Regole difficili da comprendere, ma che nonostante tutto bisogna accettare. La costante attrazione per il proibito. Gli errori in cui poi chi dovrebbe non paga mai.

Ma alla fine la solidarietà, l’amicizia e l’Amore. Filo conduttore importante e molto significativo, la bellezza delle donne. Delle loro lacrime e dei loro sorrisi, delle loro rinunce e dei loro piccoli (grandi) gesti. Un quotidiano che non è mai banale, perché una donna lo riesce a rendere speciale. Un film che non è rosa, come non lo sono le donne. Le donne sono d’oro, come il caramello. Come la bellezza preziosa che le unisce.

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