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Finalmente dopo mesi il mio pc è tornato a casa.

E capita di proposito! Per il primo pomeriggio libero dopo settimane di delirio.

Certo, mi annoio anche io a passare troppo tempo in casa, soprattutto quando non c’è molto da fare, ma certe domeniche di nullafacenza non hanno eguali. Soprattutto quando arriva il freddo, chè il freddo a Milano non è freddo e basta.

Il freddo a Milano è anche nebbia, umido, pioggerellina e buio.

Molto buio.

Con le prime giornate invernali, la luce è praticamente sempre accesa e crea quell’atmosfera aranciognola, estremamente intima e rilassante.

Finalmente la TV è spenta, la radio pure e la famiglia in salotto. Mi godo questo silenzio, il plaid sulle ginocchia.

Riporto qui sotto uno scritto di Alessio Di Florio che rispecchia molto il mio pensiero su questa faccenda. Non è mio interesse di ri “si” oppure “no”, è mio interesse fare delle domande, contestualizzare, comprendere. E le domande di Di Florio sono sufficientemente scomode da farci riflettere. Spero.

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Alcuni giorni fa la Corte Europea, su ricorso di una cittadina italiana di origine finlandese, ha affermato che i crocifissi vanno tolti dalle scuole e dagli uffici pubblici. Lungi da me entrare in un dibattito infinito, dove si confrontano e scontrano le posizioni più diverse, ma quanto sta accadendo non può che portare turbamento e sgomento.

Cosa rappresenta, oggi, quel simbolo per i cristiani, i cattolici fedeli seguaci di Santa Madre Chiesa Romana? Abbiamo sentito parlare di simbolo della cultura, rappresentazione della tradizione, riferimenti alle radici cristiane e via discorrendo.

Aprendo il Vangelo di Matteo, leggiamo che il futuro Crocifisso afferma perentoriamente:
“Non chi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fà la volontà del Padre mio che è nei cieli”

Quale volontà, quali opere, perseguono i defensor fidei di oggi?
E’ opera di misericordia respingere in mare i migranti in fuga dalla crocifissione quotidiana della fame, delle guerre, della povertà che uccide e violenta milioni di donne e uomini, per colpa di uno stile di vita di un’infima minoranza dell’umanità? E’ opera di carità cristiana abbandonare richiedenti asilo nella periferia di Bari?
E’ opera di fede cristiana adorare il dio Po o celebrare matrimoni celtici davanti al dio Odino?

Quanti, tra coloro che si sono dichiarati pronti a fare da “scudi umani” per opporsi alle rimozioni, sono favorevoli alla pena di morte? Quanti, quotidianamente propagandano la violenza e il rifiuto degli altri, di coloro che non la pensano come loro?

Come si può parlare di accoglienza ed amore ad una settimana esatta da quanto accaduto a Firenze? Sandra e Fortunato sono persone che hanno sofferto i dolori e le violenze più indicibili. Credono, vogliono credere strenuamente, nel Dio dei Vangeli, nel Cristo della Misericordia. Sono stati rifiutati, il loro amore è stato offeso, considerato falso e perverso, in nome di una burocrazia e di una ideologia. E oggi si vuol difendere un simbolo “dell’accoglienza e dell’amore cristiano”.

“I miti erediteranno la terra”. E’ stato mite La Russa quando, in diretta televisiva, ha augurato al conduttore, ad alcuni ospiti e ai giudici di Strasburgo di “morire ammazzati”.

L’Italia di oggi è un Paese dove non esiste il reato di tortura, dove si può morire in carcere, dove gli anziani muoiono abbandonati nelle tendopoli dell’aquilano mentre i riflettori sono accesi su otto straricchi, dove vieni selvaggiamente pestato in strada per il colore della pelle o l’abbigliamento, dove migliaia di violenze avvengono quotidianamente nel chiuso delle mura domestiche. Questa è l’Italia che si erge a difesa della presenza dei crocifissi di legno sulle mura delle scuole e degli edifici pubblici. Un simbolo che, come qualcuno ha affermato, non arreca fastidio o disturbo a nessuno.

E allora, quale significato ha la sua presenza? Cosa pretendiamo di difendere se non siamo minimamente turbati di fronte alla persecuzione, alla sofferenza, al dolore dei quotidiani crocifissi nelle carceri, nei Paesi depredati dalla nostra arroganza e disumanità, nelle quotidianità delle nostre strade?

Quella croce appesa alla parete ci ricorda, come disse il vescovo degli ultimi don Tonino Bello, che tocca a noi schiodarvi i fratelli crocifissi? Ci ricorda che Gesù è stato clandestino in Egitto appena nato ed è stato condannato a morte? Di fronte alle ideologie di morte, alle violente convinzioni, è simbolo di contraddizione?

Non può “non recare disturbo”, non può lasciare tranquilli. Se lo fa, va sradicato da ogni parete, strappato da ogni petto. Tolto definitivamente, ormai senza senso. Un simulacro vuoto, buono solo come bandiera di civiltà e come spada contro gli altri, è una bestemmia.

Quel crocifisso ha un obbligo, e fin quando non lo rispetterà tutti i discorsi saranno solo vuota retorica. E allora, “dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali…tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio…faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera diventa idolo della vostra vita, il sorpasso, il progetto dei vostri giorni, la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate…porti ancora guerra alla vostra sonnolenta tranquillità incapace di vedere che poco più lontano di una spanna, con l’aggravante del vostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfratta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano popoli allo sterminio della fame…Che le elemosine di chi gioca sulla pelle della gente sono tranquillanti inutili.
Che le pellicce comprate con le tredicesime di stipendi multipli fanno bella figura, ma non scaldano.” (Auguri scomodi, don Tonino Bello)

Tratto da Peacelink

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abbiamo tutti i giorni, che formiano stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce fatale a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione ed apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

I. Calvino – Le città invisibili

Rubato a madamepsycosis

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Non c’è felicità per chi non viaggia, Rohita!

A forza di stare nella società degli uomini,

Anche il migliore di loro si perde.

Mettiti in viaggio.

I piedi del viandante diventano fiori,

La sua anima cresce e dà frutti

E i suoi vizi son lavati via dalla fatica del viaggiare.

La sorte di chi sta fermo non si muove,

Dorme quando quello è nel sonno

E si alza quando quello si desta.

Allora vai, viaggi, Rohita!

Un altro giro di giostra – Tiziano Terzani

Passo dei Brahmana, antichi testi sacri dell’India

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Egadi viste da Erice

 

Sono quasi due settimane che sono a casa e ancora non me ne sono resa conto. Un po’ la permanenza in ufficio mi ha fatto venire il dubbio che le vacanze fossero finite, ma sarà che a Milano non c’è ancora praticamente nessuno, sarà che i miei non ci sono e non ho passato praticamente una notte a casa mia… Beh, praticamente era come se non fosse ancora finito niente.

E invece è già finito tutto. Non sono ancora riuscita  a mettere un foto su flickr e nemmeno a raccontare un po’ delle mie vacanze, perché sarebbe come ammettere che è di nuovo ora di ricominciare.

Lo so, sono patetica. Non si può passare la vita in giro per il mondo a vagabondare… Ma è proprio quello che voglio fare! Ogni volta che torno da un viaggio, a prescindere dalla meta, qualcosa in me si ribella.

Rivedere le stesse facce, sentire di nuovo l’odore di Milano, dover constatare che la routine ha preso di nuovo il sopravvento, mi deprime.

E’ un discorso infantile, lo so. Ho tot, ma vorrei sempre di più; faccio una cosa è già mi annoia… Ma chissà cosa vado cercando?

Qualcuno una volta mi aveva detto: “L’uomo è tagliato per l’infinito ed è sempre alla ricerca di qualcosa”. La storia, però, nel racconto finiva bene. Ma spesso mi chiedo se quel lieto fine non fosse semplicemente un’illusione per mantenere calme le coscienze. Siamo in ricerca, o almeno lo sono io. Cerco di ribellarmi alle risposte preconfezionate che  mi hanno sempre dato, ma dall’altra parte mi dico che devo pur costruire qualcosa. E allora giù a lavorare, a studiare e a mandar giù bocconi, continuando a ripetere che c’è un progetto, e prima o poi ce la farò.

E’ solo che a volte mi viene paura che tutto sia solo una megafrottola che mi racconto per non confessare a me stessa che mi manca il coraggio per compiere quel progetto.

Se non altro questo significa che con tutti i contro che può avere questa città ci sono anche tanti pro, a cui sono affezionata e da cui fatico a pensare di staccarmi.

E quindi si ritorna. Caro vecchio tran tran quotidiano, perché un po’ ti odio, ma un po’ mi fai sentire a mio agio. Nella ricerca di un equilibrio.

Solo voy con mi pena
Sola va mi condena
Correr es mi destino
Para burlar la ley
Perdido en el corazón
De la grande Babylon
Me dicen el clandestino
Por no llevar papel
Pa’ una ciudad del norte
Yo me fui a trabajar
Mi vida la dejé
Entre Ceuta y Gibraltar
Soy una raya en el mar
Fantasma en la ciudad
Mi vida va prohibida
Dice la autoridad
Solo voy con mi pena
Sola va mi condena
Correr es mi destino
Por no llevar papel
Perdido en el corazón
De la grande Babylon
Me dicen el clandestino
Yo soy el quiebra ley
Mano Negra clandestina
Peruano clandestino
Africano clandestino
Marijuana ilegal
Solo voy con mi pena
Sola va mi condena
Correr es mi destino
Para burlar la ley
Perdido en el corazón
De la grande Babylon
Me dicen el clandestino
Por no llevar papel

Fonte: www.rainews24.it (originale)

“Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane.
Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri.
Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti.
Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.
Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.
Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti.
Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.
Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.
I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali”.
La relazione così prosegue: “Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni
che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più.
La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione”.

Il testo è tratto da una relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, Ottobre 1912

Una frase che mi ha molto colpito, questa. Perché io non so fingere. Se sono così, sono così sempre. Non pretendo di essere assolutamente giusta o migliore di altri, ma io non me la so costruire quella maschera “assertiva” di cui parlano i professoroni. E non me la voglio nemmeno costruire, se devo essere sincera.

Quello che sento trapela dai miei sguardi, dalle parole e dai toni che uso. Se sono arrabiata, felice, delusa te lo dico. E se non sono in sintonia con le realtà che vedo, non me lo so far scivolare addosso, in un  modo o nell’altro devo dimostrare il mio risentimento, non mi potrei guardare allo specchio altrimenti.

Che fatica doversi sempre impegnare a construire il superpersonaggioinfallibile. E che fatica sprecata!

Che poi si scopre subito che sei falso come i soldi di cioccolata, perché in certi contesti è impossibile non pronunciare mai quella parola di troppo che tradisce la grande menzogna della ricerca della perfezione. E alla fine perdi di credibilità.

Probabilmente cambierò idea, chi lo sa… Però adesso non me la sento di scendere a compromessi, se devo fare una cosa, anche malvolentieri, la devo fare secondo le mie regole.

Perfettamentefallibile, mi piace essere così.

Ultimamente sono ossessionata dal tempo. il tempo, che più ci penso più mi sembra un concetto relativo. Ci assicurano che l’unica cosa stabile e invariabile dell’universo sia proprio il tempo, l’hanno studiato, quantificato e classificato nelle ere della storia, ma sono sicura che sia una truffa.
Il tempo non ha lo stesso valore per tutti! Come può essere che durante una sola giornata una persona abbia una percezione del tempo in continuo cambiamento?
Faccio queste riflessioni, perché ho sempre la sensazione di inseguire questa ingannevole entità, che ci seduce. Noi non possiamo fare a meno di lei mentre le nostre vite ci costringono a correre, inseguire questo tempo che non è mai sufficiente per conciliare tutte le attività che ci sono imposte con quelle che abbiamo deliberatamente scelto. Arrivo addirittura ad augurarmi l’esistenza di giornate da trenta ore… ma per che cosa? Per produrre? Per svagarmi? Perché?
A scuola mi avrebbero dovuto insegnare come utilizzare questa preziosa risorsa! Spesso mi trovo a chiedermi se tutte le soddisfazioni che derivano dalle cose che faccio, mi ripagano completamente di tutto questo correre e arrancare. Dentro di me penso di avere già la risposta perché, da una parte, io amo quello che faccio, ma dall’altra parte se tutto quest’ansia sia un ragionevole dazio da pagare.
Mi sento derubata quando non trovo il tempo per vedere le persone che amo, quando non riesco a mettere in ordine i miei pensieri, quando non riesco a leggere quel libro che mi piaceva tanto o a vedere quel documentario interessante, quando non trovo il tempo di girare un po’ con la mia macchina fotografica…
Vorrei essere padrona e potermi fermare, andare in ferie dal mondo e ritagliarmi degli spazi tutti miei, in cui pensare solo a me stessa e alle mie passioni. La cosa più difficile è ributtare indietro il pensiero di tutto quello che, quando sarà finita, dovrò recuperare.
Forse prima o poi mi prenderò una settimana di ferie dal mondo, ma ancora non so quando. forse quando sarò in grado di staccarmi da tutto quello che sta fuori e di mettere me stessa al primo posto. Forse, quando avrò tempo.

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