Paura


C’era qualcosa che mi impediva di alzarmi da quella poltrona: era l’orrore.
L’impossibilità di compredere quali inimmaginabili limiti il genere umano riesca a superare.
quando le luci si sono riaccese non c’era più realtà. Non c’era più finzione.
Sapevo che le due cose si erano fuse in un unico grido di sofferenza che riuscivo, distintamente, a sentire nelle mie orecchie.
E non mi lasciava in pace.
La cosa più irreale , in quel momento, era staccare gli occhi da quello schermo doloroso e ricominciare a vivere.
Ricominciare nella “normale” serenità che accompagna le nostre vite.
Qualche volta mi è sembrata noiosa questa serenità. Addirittura troppo pesante, quasi insostenibile.
E me ne vergogno.

Questo è quello che ho scritto di getto dopo aver visto “Valzer con Bashir”. Un poetico, meraviglioso.
L’espediente del fumetto rende “Valzer con Bashir” fruibile a molti.
Forse questa scelta è stata dettata dal desiderio di non scioccare il pubblico. Probabilmente non era intenzione del regista innescare polemiche; al contrario, Folman, narra una tragedia personale e internazionale con una delicatezza e una leggiadria ineguagliabili.
Dapprima con gli occhi ancora distaccati del diciannovenne che nel 1982 partì per il Libano, poi con la crescente consapevolezza che quello che ha vissuto, ha involontariamente aiutato a portare a compimento uno dei più orribili episodi di violenza degli ultimi decenni.
L’ingenuità, però non gli impedirà di sentire su di sé il dolore e l’orrore di ciò che stava succedendo sotto i suoi occhi.

I corsi e ricorsi della storia.

Una storia che si ripete e un Uomo che non impara mai dai suoi errori. PURTROPPO.

Spesso mi domando se e quando una persona, pensando a se stessa, possa arrivare alla conclusione “Ora la mia vita ha un senso”.

Come funziona; si capisce e basta?

Oppure ci sono dei parametri?

La vita di un Gino Strada ha senso. Ha fatto grandi cose, salva vite umane come noi comuni mortali beviamo caffè.

Chi combatte a viso aperto per i propri ideali, chi si fa picchiare e arrestare per avere il diritto di esistere. La loro vita ha un senso. Aung San Su Chi, il Dalai Lama, Peppino Impastato…

Chi, in laboratorio, studia per sconfiggere il cancro o per trovare una cura per l’AIDS. La loro vita sì, che ha un senso.

Le donne e gli uomini che hanno perso il lavoro, ma non la speranza e che sono in grado di reinventarsi a 50 anni. La loro vita non ha solo un senso, ne ha più d’uni perché stanno vivendo più di un vita, e la stanno vivendo appieno.

La mia vita è semplice. Non faccio niente di speciale. Lavoro, studio, coltivo i miei affetti, le mie passioni ed i miei hobby.

Forse l’unica cosa speciale è il mio impegno in favore degli immigrati.

Probabilmente non sarò mai ricordata dal mondo per le grandi cose ho fatto o che ho scritto.

Ma mi chiedo, di nuovo, è solo questo che rende una vita sensata? Ma poi, veramente, qualcuno saprà mai?

Per ora credo che mi limiterò a vivere la mia vita secondo i miei principi, in modo genuino.

Per ora credo che continuerò a sorridere e ad amare, ancora di più e meglio di quanto già non faccia.

E poi, magari, capirò. Quando sarà il momento capirò.

Intanto auguro un sereno anno nuovo. A me stessa e a chiunque passi di qui.

Comunicato stampa de “Associazione per i popoli minacciati

L’Aia, 10.9.2008

Rigettati tutti i punti d’accusa al primo processo civile dei sopravvissuti di Srebrenica contro l’Olanda

Bolzano, Göttingen, L’Aia, 10 settembre 2008

Nel verdetto emesso oggi dal Tribunale provinciale dell’Aia nella causa civile che vede contrapposti i sopravvissuti di Srebrenica all’Olanda, sono stati rigettati tutti i punti d’accusa avanzati dalla famiglia di
Rizo Mustafic, ucciso a Srebrenica, e di Hasan Nuhanovic, che a Srebrenica ha perso i genitori e un fratello. Il tribunale doveva chiarire le responsabilità del governo olandese e del comando del battaglione olandese dell’UNPROFOR che nel luglio 1995 aveva consegnato agli aguzzini serbi i Bosniaci che avevano cercato protezione presso le truppe dell’ONU.

Continua quindi l’incubo delle famiglie Mustafic e Nuhanovic, così come delle altre famiglie dei 239 uomini e ragazzi consegnati dalle truppe olandesi alle milizie serbe e in seguito uccise. Nonostante i soldati olandesi siano stati testimoni oculari degli stupri e delle uccisioni di donne e uomini bosniaci da parte delle milizie serbe, commessi a soli pochi metri dalla piccola base dell’UNPROFOR, essi hanno consegnato e
quindi mandato a morire le 239 persone che si erano rifugiate presso le truppe dell’ONU. Per quanto possa essere comprensibile la paura dei soldati olandesi e del loro comandante, era comunque loro dovere,
salvare almeno queste persone che si trovavano sotto loro diretta protezione. L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) chiede quindi che il governo olandese rispetti e attui la Convenzione dell’ONU sulla
prevenzione e la repressione del genocidio, si assuma la responsabilità del disastroso e tragico fallimento dei suoi soldati, chieda scusa e risarcisca i sopravvissuti.

Antecedenti: nella notte dal 12 al 13 luglio 1995 Hasan Nuhanovic, che lavorava come traduttore per l’ONU, si trovava insieme ai suoi genitori e suo fratello nella piccola base dell’UNPROFOR di Potocari, alle porte
di Srebrenica, sotto il comando dell’olandese Andre de Haan. Den Haan, che a sua volta si trovava nei locali della base, era stato spesso ospite a casa della famiglia Nuhanovic. Ciò nondimeno, tra le 5 e le 6
del mattino seguente de Haan ha informato Hasan Nuhanovic che i suoi familiari dovevano lasciare la base militare. Prima di esporre denuncia contro l’Olanda, Nuhanovic ha meticolosamente raccolto e documentato
tutti i fatti di Srebrenica e pubblicato un dossier di 500 pagine intitolato “Under the UN flag”.

Oggi è malauguratamente lunedì. Solita routine. Sveglia, ancora mezza addormentata faccio colazione mentre guardo il TG. Prima notizia: “OGGI L’URAGANO GUSTAV SI ABBATTERA’ SU NEW ORLEANS”. Occavolo, penso; sono ancora mezza addormentata, ma mi rendo conto che c’è qualcosa che no va.

Sembra che l’uragano Gustav si sia creato dal nulla al largo della costa americana, ma non è così. L’uragano ha già sconvolto i Caraibi lasciando alle sue spalle 80 morti. La mia prima domanda è come sempre “Perché”? Si parla da giorni dell’arrivo di questa catastrofe e giustamente si è deciso di evaquare New Orleans, ma perché non agire anche sui villaggi di Cuba e Haiti? (domanda retorica)

Che poi se ci pensi bene anche a New Orleans sono appena stati promossi. Gli ha detto bene che sto giro la puzza di morte è arrivata insieme alle elezioni e che i repubbliccani avevano bisogno di una bella candeggiata all’immagine. Thank you King Bush! Grazie per aver pensato a noi…questa volta!! Furbacchione…

Inogni caso, se ho capito bene il discorso si può brevemente riassumere così: nell’era del consumismo tutto si riduce ad un’operazione di marketing e il trucco è trovarsi sempre nel posto giusto al momento giusto. Bisogna lavorare perché non ci siano perdite. Se salvare quella vita porterà un guadagno rispetto alla spesa che ha comportato salvarla, ne vale la pena.

No… è troppo cinico non ce la faccio!

Fermate il mondo voglio scendere!!!