Italia


Mi irrita moltissimo dover sopportare su tutte le TV facce indignate per la vicenda dei rimborsi truffa del governo inglese.

Giusto perché qui in Italia queste cose non capitano… In effetti ai politici italiani bisogna dare atto di una cosa: quando truffano, truffano con stile e che cavolo! Mica i filmini porno per il marito, qualcuno da noi ci si porta direttamente le entraineuse a casa! Le cose o si fanno bene o non si fanno!

Ci vuole proprio una bella faccia tosta a far finta che qui non succeda niente quando nel resto del mondo certi comportamenti sono sanzionati come meriterebbero. Ultimamente i pettegolezzi sono stati tanti e vergognosi, probabilmente falsi e con il solo scopo di distruggere il Presidente del Consiglio. Ma ecco che pochi giorni dopo  esce un’altra inchiesta, questa volta saldamente fondata su dei dati.

Probabilmente anch questa volta finirà tutto sotto silenzio o con un “è la solita trovata della sinistra comunista per destabilizzare la democrazia”, me lo aspetto. E purtroppo non ho fiducia nel fatto che finalmente qualcuno insorgerà, e quel qualcuno non dobbiamo essere solo noi comuni mortali armati soltanto dei nostri ideali, ma individui che abbiano un peso nel nostro paese, qualcuno che abbia il coraggio di uscire allo scoperto per salvare, una volta per tutti la tanto questa troppo vanamente nominata democrazia.

Io chiedo scusa

Commento di Don Luigi Ciotti alla foto pubblicata sullo sgombero dei rom di Ponticelli

Cara signora,
ho visto questa mattina, sulle prime pagine di molti quotidiani, una foto che La ritrae. Accovacciata su un furgoncino aperto, scassato, uno scialle attorno alla testa. Dietro di Lei si intravedono due bambine, una più grande, con gli occhi sbarrati, spaventati, e l’altra, piccola, che ha invece gli occhi chiusi: immagino le sue due figlie. Accanto a Lei la figura di un uomo, di spalle: suo marito, presumo. Nel suo volto, signora, si legge un’espressione di imbarazzo misto a rassegnazione. Vi stanno portando via da Ponticelli, zona orientale di Napoli, dove il campo in cui abitavate è stato incendiato. Sul retro di quel furgoncino male in arnese – reti da materasso a fare da sponda – una scritta: “ferrovecchi”.
Luigi Ciotti,
presidente del Gruppo Abele e di “Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie”

Le scrivo, cara signora, per chiederLe scusa. Conosco il suo popolo, le sue storie. Proprio di recente, nei dintorni di Torino, ho incontrato una vostra comunità: quanta sofferenza, ma anche quanta umanità e dignità in quei volti.

Nel nostro paese si parla tanto, da anni ormai, di sicurezza. E’ un’esigenza sacrosanta, la sicurezza. Il bisogno di sicurezza ce lo abbiamo tutti, è trasversale, appartiene a ogni essere umano, a ogni comunità, a ogni popolo. E’ il bisogno di sentirci rispettati, protetti, amati. Il bisogno di vivere in pace, di incontrare disponibilità e collaborazione nel nostro prossimo. Per tutelare questo bisogno ogni comunità, anche la vostra, ha deciso di dotarsi di una serie di regole. Ha stabilito dei patti di convivenza, deciso quello che era lecito fare e quello che non era lecito, perché danneggiava questo bene comune nel quale ognuno poteva riconoscersi. Chi trasgrediva la regola veniva punito, a volte con la perdita della libertà. Ma anche quella punizione, la peggiore per un uomo – essendo la libertà il bene più prezioso, e voi da popolo nomade lo sapete bene – doveva servire per reintegrare nella comunità, per riaccogliere. Il segno della civiltà è anche quello di una giustizia che punisce il trasgressore non per vendicarsi ma per accompagnarlo, attraverso la pena, a un cambiamento, a una crescita, a una presa di coscienza.

Da molto tempo questa concezione della sicurezza sta franando. Sta franando di fronte alle paure della gente. Paure provocate dall’insicurezza economica – che riguarda un numero sempre maggiore di persone – e dalla presenza nelle nostre città di volti e storie che l’insicurezza economica la vivono già tragicamente come povertà e sradicamento, e che hanno dovuto lasciare i loro paesi proprio nella speranza di una vita migliore.

Cercherò, cara signora, di spiegarmi con un’immagine. E’ come se ci sentissimo tutti su una nave in balia delle onde, e sapendo che il numero delle scialuppe è limitato, il rischio di affondare ci fa percepire il nostro prossimo come un concorrente, uno che potrebbe salvarsi al nostro posto. La reazione è allora di scacciare dalla nave quelli considerati “di troppo”, e pazienza se sono quasi sempre i più vulnerabili. La logica del capro espiatorio – alimentata anche da un uso irresponsabile di parole e immagini, da un’informazione a volte pronta a fomentare odi e paure – funziona così. Ci si accanisce su chi sta sotto di noi, su chi è più indifeso, senza capire che questa è una logica suicida che potrebbe trasformare noi stessi un giorno in vittime.

Vivo con grande preoccupazione questo stato di cose. La storia ci ha insegnato che dalla legittima persecuzione del reato si può facilmente passare, se viene meno la giustizia e la razionalità, alla criminalizzazione del popolo, della condizione esistenziale, dell’idea: ebrei, omosessuali, nomadi, dissidenti politici l’hanno provato sulla loro pelle.

Lo ripeto, non si tratta di “giustificare” il crimine, ma di avere il coraggio di riconoscere che chi vive ai margini, senza opportunità, è più incline a commettere reati rispetto a chi invece è integrato. E di non dimenticare quelle forme molto diffuse d’illegalità che non suscitano uguale allarme sociale perché “depenalizzate” nelle coscienze di chi le pratica, frutto di un individualismo insofferente ormai a regole e limiti di sorta. Infine di fare attenzione a tutti gli interessi in gioco: la lotta al crimine, quando scivola nella demagogia e nella semplificazione, in certi territori può trovare sostenitori perfino in esponenti della criminalità organizzata, che distolgono così l’attenzione delle forze dell’ordine e continuano più indisturbati nei loro affari.

Vorrei però anche darLe un segno di speranza. Mi creda, sono tante le persone che ogni giorno, nel “sociale”, nella politica, nella amministrazione delle città, si sporcano le mani. Tanti i gruppi e le associazioni che con fatica e determinazione cercano di dimostrare che un’altra sicurezza è possibile. Che dove si costruisce accoglienza, dove le persone si sentono riconosciute, per ciò stesso vogliono assumersi doveri e responsabilità, vogliono partecipare da cittadini alla vita comune.

La legalità, che è necessaria, deve fondarsi sulla prossimità e sulla giustizia sociale. Chiedere agli altri di rispettare una legge senza averli messi prima in condizione di diventare cittadini, è prendere in giro gli altri e noi stessi. E il ventilato proposito di istituire un “reato d’immigrazione clandestina” nasce proprio da questo mix di cinismo e ipocrisia: invece di limitare la clandestinità la aumenterà, aumentando di conseguenza sofferenza, tendenza a delinquere, paure.

Un’ultima cosa vorrei dirLe, cara signora. Mi auguro che questa foto che La ritrae insieme ai Suoi cari possa scuotere almeno un po’ le nostre coscienze. Servire a guardarci dentro e chiederci se davvero questa è la direzione in cui vogliamo andare. Stimolare quei sentimenti di attenzione, sollecitudine, immedesimazione, che molti italiani, mi creda – anche per essere stati figli e nipoti di migranti – continuano a nutrire.

La abbraccio, dovunque Lei sia in questo momento, con Suo marito e le Sue bambine. E mi permetto di dirLe che lo faccio anche a nome dei tanti che credono e s’impegnano per un mondo più giusto e più umano.

 Luigi Ciotti,
presidente del Gruppo Abele e di “Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie”

Ho voluto pubblicare questa lettera aperta di quel grandissimo uomo che è don Ciotti, perché rispecchia completamente il mio pensiero (e lo esprime molto meglio, sicuramente). I fatti di Ponticelli, ma anche gli sgomberi forzati che nella mia Milano continuano costantemente ad essere eseguiti ignorando qualsiasi diritto, mi hanno molto toccato. E deluso. Pensavo di vivere in un paese civile, ma forse non è così. Non mi rispecchio più in quello che l’Italia sta diventando: un paese in cui rieccheggiano in ogni dove solo due parole, paura e insicurezza. Vorrei andare in giro con un megafono in ogni angolo di questo Paese e urlare a pieni polmoni: “Scusateci tanto!”

Scusateci se pensiamo che in Europa ci siano cittadini di serie A e di serie B; scusateci se vi neghiamo il diritto ad avere una casa solo perché è vicino alla nostra; scusateci se sfruttiamo il vostro bisogno di avere un documento per risanare il bilancio delle Poste Italiane, ma ci mettiamo un anno per farvi avere quella carta che per voi è la vita; scusateci se vi guardiamo sempre dall’alto in basso come se a non sapessimo che cosa significa essere chiamati stranieri; scusateci se vi riteniamo responsabili delle nostre povertà.

Scusateci tanto.

Oggi è una giornata particolare. Trent’anni dalla morte di Aldo Moro e Peppino Impastato. Il destino ha unito due persone diverse…ma forse non così tanto. Due attori scomodi, che non voglio restare a guardare, entrambi eliminati dai giochi di potere.

All’epoca dei “Cento passi” mi aveva colpito parecchio la storia di Peppino Impastato. Non era praticamente nessuno. Nessuna ricchezza, poco lavoro, nemmeno il rispetto gli era stato concesso. Aveva la sua radio  e i suoi fedeli amici. Aveva la sua radio…

Aveva la sua voce, i pensieri, la caparbietà. Questo l’ha ucciso. Ed oggi solo qualcuno si ricorda di lui. Ed oggi forse non siamo riusciti a cambiare un granché. Ed oggi gli esecutori materiali del suo martirio sono sono stati condannati. Ed oggi c’è ancora qualcuno che si fregia orgoglioso del marchio BR.

…meditiamo amici, meditiamo.

 Bisogna leggere questo libro perché è proprio quello che la camorra non vuole… Non diamo loro la possibilità di screditare le intenzioni e l’operato di Saviano.

Trovo che la forza di questo libro (oltre, naturalmente al grandissimo lavoro di documentazione che Saviano ha portato a termine) sia il fatto che qui il reportage diventa racconto. Non si tratta un’accozzaglia di dati e informazioni. è vita. Ed è proprio questo, suo stile partecipato, che rende il libro ancora più toccante e…reale.

Se posso, cerco di non perdermi l’appuntamento con “Che tempo che fa” il programma di Fabio Fazio. Una delle poche occasioni in cui ci è dato di godere  di una TV informativa, discreta e oggettiva.

Nella puntata del 30 marzo mi ha molto colpito l’intervista a Roberto Saviano, l’autore di Gomorra (che non ho ancora avuto il coraggio di leggere, ma che comprerò presto, perché non bisogna che queste infamie passino sotto silenzio).

In breve, l’intervista parte dal un episodio incredibile avvenuto il 13 marzo 2008: Due boss della camorra, di cui uno latitante (sembra impossibile ma ho detto LATITANTE) hanno scritto e letto in un’aula di tribunale  un documento di 60 pagine in cui accusano Saviano, una giornalista del Mattino e un magistrato (di cui non ricordo i nomi) di in qualche modo inficiare lo svolgimento delle indagini. Chiedendo il trasferimento del processo per legittima suspicione. Ora io ingenuamente mi chiedo: “come diavolo è possibilie?!” è una vera presa per i fondelli, anche da parte della giustizia per tutti coloro che ogni giorno rischiano la vita perché la mafia non dorma sonni tranquilli. È inaudito che un latitante possa firmare60 pagine e che queste vengano lette in tribunale.

Saviano l’ha chiamato “proclama” per delegittimare queste persone che combattono contro la camorra. Hanno paura del fatto che di loro si parla. Che una parte d’Italia e di mondo hanno gli occhi bene aperti su questa situazione vogliono che questa follia finisca. Non la parte che conta purtroppo perché la politica sta sempre (o quasi) dalla parte di chi paga.

Segue un interessante commento sulla situazione rifiuti (che è già passata di moda a quanto pare…). Solo un pensiero che mi piacerebbe riprendere: la gente a Napoli non vuole gli inceneritori perché è ignorante e, chiedo scusa, l’ho pensato anch’io. Mi sembrava che volessero la botte piena e la moglie ubriaca. Non vogliono gli inceneritori perché non si fidano di che cosa poi vi verrà bruciato. Come biasimarli? Da decenni vivono calpestando (mangiando, bevendo, vestendo…) sostanze velenose e mortali. Come condannare la loro paura?

Purtroppo il silenzio, la disinformazione, le connivenze continuano… Mi sento, nella mia limitatezza, di ringraziare Saviano e tutti coloro che hanno il fegato di mostrarsi e urlare. Perché non smettono di sperare di poterci salvare dalla nostra pochezza.

Un paio di sere fa stavo guardando un pezzo della fiction su Rino Gaetano e devo dire che questo originale personaggio mi ha incuriosito parecchio. Oggi ascoltavo “Ma il cielo è sempre più blu” e mi sono soffermata sulle parole. e’ una canzone all’apparenza semplice, ma fa una bellissima fotografia dell’Italia di quarant’anni fa. Il fatto che mi ha colpito è che sembra scritta ieri! La cosa angosciante è che l’Italia ha gli stessi identici problemi degli anni ‘70…e ne ha pure perso il fervore culturale. Morale della favola: infinita tristeza…

Ma il cielo è sempre più blu (Rino Gaetano) 

Chi vive in baracca, chi suda il salario
chi ama l’amore e i sogni di gloria
chi ruba pensioni, chi ha scarsa memoria
Chi mangia una volta, chi tira al bersaglio
chi vuole l’aumento, chi gioca a Sanremo
chi porta gli occhiali, chi va sotto un treno
Chi ama la zia chi va a Porta Pia
chi trova scontato, chi come ha trovato
na na na na na na na na na
Ma il cielo è sempre più blu uh uh, uh uh,
ma il cielo è sempre più blu uh uh, uh uh, uh uh…
Chi sogna i milioni, chi gioca d’azzardo
chi gioca coi fili chi ha fatto l’indiano
chi fa il contadino, chi spazza i cortili
chi ruba, chi lotta, chi ha fatto la spia
na na na na na na na na na
Ma il cielo è sempre più blu uh uh, uh uh,
ma il cielo è sempre più blu uh uh, uh uh, uh uh…
Chi è assunto alla Zecca, chi ha fatto cilecca
chi ha crisi interiori, chi scava nei cuori
chi legge la mano, chi regna sovrano
chi suda, chi lotta, chi mangia una volta
chi gli manca la casa, chi vive da solo
chi prende assai poco, chi gioca col fuoco
chi vive in Calabria, chi vive d’amore
chi ha fatto la guerra, chi prende i sessanta
chi arriva agli ottanta, chi muore al lavoro
na na na na na na na na na
Ma il cielo è sempre più blu uh uh, uh uh,
ma il cielo è sempre più blu uh uh, uh uh,
ma il cielo è sempre più blu
Chi è assicurato, chi è stato multato
chi possiede ed è avuto, chi va in farmacia
chi è morto di invidia o di gelosia
chi ha torto o ragione,chi è Napoleone
chi grida “al ladro!”, chi ha l’antifurto
chi ha fatto un bel quadro, chi scrive sui muri
chi reagisce d’istinto, chi ha perso, chi ha vinto
chi mangia una volta,chi vuole l’aumento
chi cambia la barca felice e contento
chi come ha trovato,chi tutto sommato
chi sogna i milioni, chi gioca d’azzardo
chi parte per Beirut e ha in tasca un miliardo
chi è stato multato, chi odia i terroni
chi canta Prévert, chi copia Baglioni
chi fa il contadino, chi ha fatto la spia
chi è morto d’invidia o di gelosia
chi legge la mano, chi vende amuleti
chi scrive poesie, chi tira le reti
chi mangia patate, chi beve un bicchiere
chi solo ogni tanto, chi tutte le sere
na na na na na na na na na
Ma il cielo è sempre più blu uh uh, uh uh,
ma il cielo è sempre più blu uh uh, uh uh, uh uh..