Economia


Dal sito Misna

“Sapevamo che quello che sta succedendo sarebbe successo; avevamo avvisato la comunità internazionale in tempo. Ma sfortunatamente, non abbiamo preso nessuna decisione in tempo e di conseguenza, alcune persone sono morte, alcuni governi – almeno uno – sono caduti e altra gente rischia di morire”: sono state pungenti le parole di Jacques Diouf, direttore generale del Fondo Onu per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao) ieri al termine del vertice di Berna (Svizzera) tra i più alti rappresentanti degli organismi Onu per la crisi alimentare mondiale. “La cosa più difficile da accettare – ha aggiunto Diouf rispondendo alla domanda di un giornalista – è constatare che i programmi a lungo termine esistono da tempo ma non sono stati finanziati; non viene data loro la priorità che dovrebbero avere. Al II vertice mondiale del 2002, venne approvato un programma di lotta contro la fame nel mondo (…) L’Africa ha il suo piano dettagliato di sviluppo agricolo approvato al vertice dell’Unione Africana nel luglio del 2003, con conferma a Sirte nel 2004. ma nessuno ha mai sovvenzionato questi programmi, nessuno ha mai provveduto alla loro attuazione” ha sottolineato l’agronomo senegalese. “Il Segretario Generale dell’Onu – ha detto ancora Diouf – mi aveva chiesto di dirigere un gruppo sui problemi di sicurezza alimentare dei paesi del Corno d’Africa; abbiamo realizzato uno studio congiunto associando il sistema Onu in ogni paese e abbiamo parlato con ogni capo di stato, mettendoci d’accordo su un progetto, ma non sono state mobilitate le risorse necessarie, non è stata data la priorità necessaria al settore della sicurezza alimentare nel mondo”. Invitando i governi a partecipare al vertice d’alto livello sulla crisi mondiale presso la sede della Fao dal 3 al 5 giugno prossimo, Diouf ha espresso l’auspicio che possa servire ad aiutare il Programma alimentare mondiale (Pam/Wfp, World food programme) ad ottenere risorse per fornire cibo a brevissimo termine e aiutare gli agricoltori ad avere semi, fertilizzanti e alimenti per il bestiame. “Attendo – ha aggiunto Diouf concludendo – azioni concrete sugli impegni presi in materia di gestione dell’acqua, di strade rurali, in mezzi di stoccaggio (…) Ora dobbiamo agire, smettere di parlare e non lasciare più le promesse nei cassetti”. [CC]

Come direbbe Cetto La Qualunque… “Intu culu alla Campagna del millennio”! Sono sempre più disorientata… Da una parte l’Onu, la Fao, le Ong e centomila altre organizzazioni che cercano di combattere le violazioni dei diritti umani e la fame nel mondo e dall’altra, come sempre, i governi e i vari giganti dell’economia che se ne fregano… Trovo che sia vermante inaccettabile che si usi il cibo per produrre carburante. Siamo arrivati a questo punto! Dichiarare apertamente (perché è sempre stato così, ma almeno si manteneva una parvenza di umanità) che la vita delle persone ormai vale meno di un litro di benzina. Sono più preoccupati di salvare la faccia nei confronti dei vari protocolli  a salvaguardia dell’ambiente, che di lasciare milioni di persone a morire di fame. Sono disgustata, avvilita, arrabbiata… Bisogna alzarsi ad urlare!! é questo che vogliono fare… Distruggere i paesi poveri per poterli finalmente sfruttare le loro risorse indisturbati! Alziamoci e facciamoci sentire!! Non dobbiamo lasciarglielo fare!! 

 

Oggi ero in edicola e mi ha incuriosito la copertina Vanity Fair che titolava “L’Africa non vuole la nostra elemosina” (pensiero che sottoscrivo in pieno) e più sotto avidenziava la parola “microcredito“(teoria che sostengo ancora di più).
Da curiosa quale sono non ho resistito e ho comprato la rivista e ho scoperto l’esistenza di un bizzarro sodalizio tra Youssou Ndour, Irene grandi, Patti Smith, Alessandro Benetton, Francesco Renga e la cantante sudafricana Simphiwe Dana.
I magnifici sei insieme hanno fondato (Youssou Ndour), finanziato (Benetton) e sostenuto (Grandi, Renga, Smith e Dana) il progetto Birima; un progetto di microcredito in favore della popolazione senegalese (patria di Youssou Ndour).

Il microcredito è un brillante mezzo che permette di agevolare l’accesso ai servizi finanziari alle persone in difficoltà, nasce da un’intuizione del premio Nobel per l’economia Muhammad Yunus, fondatore della cosiddetta “banca dei poveri“. Permette ai più svantaggiati di uscire dal vortice dell’usura e dell’umiliazione dell’elemosina perché presta cifre utili per iniziare una piccola attività a tassi bassi e quindi facilmente recuperabili.

In realtà l’articolo in questione è un megaspot per l’iniziativa e per la canzone (Birima) che farà da colonna sonora alla campagna. Interessante l’idea del microcredito (anche se accompagnato da slogan del tipo “è meglio se ad aiutare gli africani sono gli africani perché tra noi ci capiamo”), di sicuro una strada che sarebbe da prendere in maggiore considerazione perché finora sembra una delle poche che riescono a raggiungere l’obiettivo tanto sbandierato dello sviluppo economico (e aggiungerei autonomo) dei paesi poveri.

Un altro spunto interessante lo da il video della canzone che vede ribaltato il luogo comune del nero-schiavo e bianco-salvatore, molto bello fino alla tremenda caduta di stile finale che vede i magnifici cinque (Benetton caccia solo la grana) tutti sorridenti che ballano e si abbracciano felici in stile finale dei mondiali.

Mi rimangono solo un paio di perplessità sulla validità etica di questa iniziativa. Prima di tutto in finale di articolo, dopo tutte queste grandi parole sulla povertà, la cooperazione e lo sviluppo si legge un notevole elenco di marchi utilizzati per la produzione del servizio…marchi che di etico non hanno proprio nulla. In secondo luogo sono molto scettica sulla garanzia morale che il gruppo Benetton possa garantire dato che da almeno dieci anni la multinazionale veneta è nel mirino dei difensori dei diritti umani per certificate violazioni nei paesi in via di sviluppo, ma non solo. Questo grande interessamento per l’Africa a me puzza tanto di greenwashing. Purtroppo non sempre le buone iniziative sono coadiuvate da buone intenzioni e nel mondo nell’imprenditoria è difficile trovare qualcuno che non pensi al proprio tornaconto.