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Oggi ero in edicola e mi ha incuriosito la copertina Vanity Fair che titolava “L’Africa non vuole la nostra elemosina” (pensiero che sottoscrivo in pieno) e più sotto avidenziava la parola “microcredito“(teoria che sostengo ancora di più).
Da curiosa quale sono non ho resistito e ho comprato la rivista e ho scoperto l’esistenza di un bizzarro sodalizio tra Youssou Ndour, Irene grandi, Patti Smith, Alessandro Benetton, Francesco Renga e la cantante sudafricana Simphiwe Dana.
I magnifici sei insieme hanno fondato (Youssou Ndour), finanziato (Benetton) e sostenuto (Grandi, Renga, Smith e Dana) il progetto Birima; un progetto di microcredito in favore della popolazione senegalese (patria di Youssou Ndour).
Il microcredito è un brillante mezzo che permette di agevolare l’accesso ai servizi finanziari alle persone in difficoltà, nasce da un’intuizione del premio Nobel per l’economia Muhammad Yunus, fondatore della cosiddetta “banca dei poveri“. Permette ai più svantaggiati di uscire dal vortice dell’usura e dell’umiliazione dell’elemosina perché presta cifre utili per iniziare una piccola attività a tassi bassi e quindi facilmente recuperabili.
In realtà l’articolo in questione è un megaspot per l’iniziativa e per la canzone (Birima) che farà da colonna sonora alla campagna. Interessante l’idea del microcredito (anche se accompagnato da slogan del tipo “è meglio se ad aiutare gli africani sono gli africani perché tra noi ci capiamo”), di sicuro una strada che sarebbe da prendere in maggiore considerazione perché finora sembra una delle poche che riescono a raggiungere l’obiettivo tanto sbandierato dello sviluppo economico (e aggiungerei autonomo) dei paesi poveri.
Un altro spunto interessante lo da il video della canzone che vede ribaltato il luogo comune del nero-schiavo e bianco-salvatore, molto bello fino alla tremenda caduta di stile finale che vede i magnifici cinque (Benetton caccia solo la grana) tutti sorridenti che ballano e si abbracciano felici in stile finale dei mondiali.
Mi rimangono solo un paio di perplessità sulla validità etica di questa iniziativa. Prima di tutto in finale di articolo, dopo tutte queste grandi parole sulla povertà, la cooperazione e lo sviluppo si legge un notevole elenco di marchi utilizzati per la produzione del servizio…marchi che di etico non hanno proprio nulla. In secondo luogo sono molto scettica sulla garanzia morale che il gruppo Benetton possa garantire dato che da almeno dieci anni la multinazionale veneta è nel mirino dei difensori dei diritti umani per certificate violazioni nei paesi in via di sviluppo, ma non solo. Questo grande interessamento per l’Africa a me puzza tanto di greenwashing. Purtroppo non sempre le buone iniziative sono coadiuvate da buone intenzioni e nel mondo nell’imprenditoria è difficile trovare qualcuno che non pensi al proprio tornaconto.